Smanettoni digitali

Youtuber, instagramer e influencer sono lavori? Quali sono le professioni del marketing digitale? Quanto conta essere creativi?

da grande voglio fare l’influencer

Tra i lavori più comuni nati nel nuovo millennio ci sono quelli legati all’utilizzo delle tecnologie digitali, di internet e dei social media. Si tratta spesso di professioni mitizzate dai più giovani che considerano youtuber, instagramer e influencer in genere, come lavori a cui puntare. In realtà, a fronte della notorietà di talune celebrità del web, soltanto alcuni sono riusciti a professionalizzare questo hobby. Si può vivere caricando filmati divertenti o recensioni di prodotti (e servizi)? Qualcuno ci riesce ed è probabile che l’industria dell’intrattenimento dal radiotelevisivo si sposterà sempre più sul web o sarà costretta ad interagire con la rete, aprendo opportunità per creativi e di artisti del web.

Così come esiste un mondo di professionalità, collegate al marketing e alla comunicazione, popolato di nuove figure come i social media strategist, gli specialisti SEO e SEM, content manager e blogger. Si tratta di nuovi lavori (o quasi), fino a qualche anno fa inimmaginabili, come opzione perseguibile dopo gli studi delle scuole superiori e universitari. Nella maggior parte dei casi, quanti oggi esercitano queste nuove professioni, legate allo sfruttamento della rete, non avevano studiato per questo destino professionale. Soltanto di recente si fanno strada nelle università italiane insegnamenti dedicati al social media management, così come cominciano a nascere i primi corsi di laurea.

i nuovi mestieri della rete

Quindi, se da un lato assistiamo alla proliferazione di nuovi mestieri dall’altro è un articolato processo di sostituzione di vecchi mestieri con nuovi, spesso meno prestigiosi in termini di status e di reddito e sempre meno organici ad aziende e organizzazioni. Talvolta sono mestieri svolti in proprio, a casa o come lavoro a distanza (smart working), da free-lance o all’interno di start-up che si muovono in una logica di sharing-economy, incentrate sulla valorizzazione delle competenze da condividere in rete.

L’accesso democratico alle tecnologie se genera un movimento generalizzato verso la creatività, dall’altro svuota il lavoro di risorse derivanti da un capitale culturale, sviluppato all’interno di percorsi classici di apprendimento. Finite le scuole dell’obbligo e quelle superiori, cresce la possibilità di intraprendere percorsi universitari senza completare gli studi o al termine degli stessi, lavorando in ambiti totalmente distanti rispetto al titolo conseguito.

Spesso si ricorre a corsi di formazione tesi a offrire specializzazioni per entrare nel mercato del lavoro, proprio per recuperare rispetto a questi percorsi di studio e di lavoro a zig zag, privi di linearità e popolati da un’ importante presenza di autodidatti delle tecnologie digitali.

Il rischio di separare i percorsi canonici di formazione dall’esercizio di certe professioni, come quelle molto comuni e in ascesa, legate alla produzione di contenuti per i social media, finiscono per produrre gap informativi, analitici e interpretativi per gli stessi professionisti che operano in questi ambiti. In questo senso, sono oggi tantissime le figure che si occupano della comunicazione esterna delle aziende, attraverso i social-network pur ignorando completamente i principi di base del marketing o il modello di business seguito dall’impresa che stanno comunicando.  

la creatività può non bastere

Il trend nella rete spinge verso una chiara de-professionalizzazione dell’utilizzo degli strumenti tecnici, sempre più accessibili a tutti, sulla base di due principi fondamentali, vale a dire quello della ricerca della creatività e quello della ricerca della condivisione delle risorse. Tutti siamo creativi o piuttosto, il web consente di esaltare la creatività che è dentro ciascuno di noi ma a patto di condividere le nostre produzioni, innovazioni e creazioni (se non i nostri dati) con il resto della rete (o con i padroni della rete).  

Questa prima tendenza analizzata non esaurisce l’intero spettro di cambiamenti intervenuti nel mondo delle nuove professioni legate alla rete ma certamente aiuta a smitizzare la panacea di opportunità che vengono sventolate nel web marketing e nella comunicazione esterna delle aziende. Le opportunità esistono ma vanno attentamente accompagnate da percorsi di formazione strutturati all’interno delle aziende o all’esterno e a beneficio diretto delle risorse umane che si apprestano ad entrare nel mercato del lavoro. Certamente sono tendenze che si vanno strutturando all’interno delle professioni legate al marketing e alla comunicazione aziendale e che non possono essere estese, con le stesse conseguenze, ad altri settori che richiedono competenze più specialistiche. 

i lavori più richiesti

In uno studio condotto nel 2017 dal Centro di ricerca Crisp, si evidenzia come le nuove figure più richieste dal mercato sono quelle relative ai profili del Data Scientist, l’analista del Cloud Computing, il Cyber Security Expert, il Big Data Analyst, il Business Intelligence Analyst, il Social Media Marketing Specialist. A queste nuove professioni in Italia, tra il 2014 e il 2017 corrispondonopiù di 7mila annunci (una corposa domanda di lavoro!) il che lascia ben augurare rispetto alla capacità del mercato del lavoro nazionale di assorbire i cambiamenti in atto a livello internazionale.

Vale a dire che se le aziende presenti sul nostro territorio nazionale richiedono questi profili, quantomeno possiamo registrare anche nel nostro Paese una chiara tendenza verso le nuove professionalità legate allo sfruttamento delle tecnologie. 

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