MAI PIÙ SENZA CAFFÈ

Il ruolo dei Caffè, come luoghi di consumo e socialità, nella rinascita civile e culturale dell’Italia.

Intervista al sociologo Massimo Cerulo

Conosco Massimo Cerulo da molti anni, fin dai tempi del suo dottorato di ricerca. Con lui ho condiviso fasi importanti della mia attività scientifica e professionale. Insieme abbiamo scritto a 4 mani un importante libro sulle emozioni primarie, studio di caso paradigmatico sulla crisi della partecipazione politica in Italia. Più di recente ha curato la postfazione del mio ultimo libro, Formo al Sud. Inevitabile, quindi non approfittare delle sue competenze sulla sociologia delle emozioni, campo di ricerca di importanza straordinaria anche sul terreno del marketing. Last but not least, condividiamo una passione smisurata per il caffè. 

Personalmente, mi sono occupato per circa un triennio di marketing del caffè, seguendo due importanti aziende del settore che operano a livello nazionale. E d’altro canto se sei un consulente marketing di base a Napoli e non hai mai lavorato neanche una volta con un’azienda di caffè allora devi cominciare a preoccuparti.  Napoli è tra le capitali mondiali del caffè, forse la più nota, per la presenza di grandi marchi, per le quantità consumate, per le numerose caffetterie che fin dal XIX secolo popolano le sue strade. L’attaccamento dei napoletani al caffè è un tratto identitario non negoziabile. Sebbene i dati sul consumo di caffè siano favorevoli a Trieste, è Napoli la vera capitale mondiale del Caffè, icona imprescindibile nel Made in Italy, per l’espresso di casa nostra

Il Caffè non solo bevanda ma anche luogo e situazione. Già perché la nazione del caffè insieme ai tantissimi marchi che presidiano il mercato appartiene agli esercizi in cui la bevanda si consuma: «luogo di incontro, casella postale, bacheca informativa, sala di lettura, zona di esposizione, campo politico, spazio di flirt, territorio di musica, oasi di relax, ambito culinario, salotto di conversazione» (M. Cerulo, La danza dei caffè, Pellegrini, Cosenza 2011). Il Caffè al bar o nelle tante caffetterie del Belpaese, è un lusso per tutti, ricco e più variegato del cioccolato, nobile più del tè, sinonimo di ragione e segno di civiltà. Massimo Cerulo si appresta a licenziare il suo nuovo libro Andare per caffè storici, per la casa editrice Il Mulino, è quindi la persona più adatta per ragionare sull’argomento.

Mentre scrivo, riaprono gli spazi all’aperto dei caffè nella patria di Massimo Cerulo,  grazie ad un provvedimento della Governatrice della Regione Calabria Jole Santelli. Sono ore delicate per la riprese del Sistema Italia che si appresta tra le proteste di Caffè e Ristoranti a gestire la fase complicatissima della riapertura. Inevitabile quindi partire da qui: Tu studi da tempo le forme di socialità presenti in questi luoghi. Cosa ne pensi?

Mi piacerebbe utilizzare la lingua italiana, e dunque parlare di Caffè. Con la “c” maiuscola, per distinguerla dalla bevanda. Un termine che racchiude diversi universi culturali, sociali, politici che caratterizzano la storia d’Italia degli ultimi tre secoli. In Francia, il termine “Café” è tutelato, in Italia si utilizza spesso quello di “bar”. Detto questo, eccomi alla tua domanda. Rispondo subito con il mio pensiero che vuole essere una sorta di gentile richiesta: riaprite i Caffè. Con tutti i criteri di sicurezza necessari, ma riapriteli. Vuole essere questo il mio augurio, in tempi di quarantene e confinamenti obbligatori in casa, ma anche e soprattutto alla luce del calo della curva dei contagi e delle misure di allentamento che partiranno da lunedì 4 maggio 2020. Spero che si permetta ai Caffè di riaprire pienamente e prestissimo. Fermo restando, ripeto, tutte le attenzioni di distanziamento sociale previsti.

Perché i Caffè sarebbero così importanti da riaprirli al più presto?

Perché, da italiani socievoli e democratici, non possiamo fare a meno di questi luoghi. Riflettiamoci. Si tratta di spazi in cui si entra gratuitamente, si incontrano altre persone, si conversa, ci si informa attraverso i giornali e gli altri media disponibili (tv, radio, wifi), si acquisiscono preziose novità per quel che riguarda la vita sociale e cittadina. I Caffè sono insomma luoghi in cui si “fa” società. Palestre di virtù civiche, diceva Christopher Lasch. E come tali, fungono da accoglienza e ricovero, molto spesso, per persone fragili, esposte alla solitudine, come gli anziani o i disoccupati. Questo è un punto fondamentale, su cui è necessario riflettere.

Quali sarebbero gli effetti di una chiusura prolungata dei Caffè?

Potrebbe privare le reti cittadine (in particolare quelle dei piccoli paesi e dei quartieri delle medio-grandi città) di un formidabile spazio sociale in cui apprendere comportamenti da mettere in pratica – sarebbero gli stessi gestori dei locali a insegnare le “nuove” regole di distanziamento sociale – e le novità inerenti all’evoluzione dell’epidemia, ai nuovi decreti promulgati, alle tante cose che, piano piano, si potranno ritornare a fare. D’altronde, storicamente nei Caffè si sono formate sia la “sfera pubblica” che la conseguente opinione pubblica, secondo la nota teoria di Habermas. Se pensiamo ai primi locali europei, come il Cafè Procope a Parigi e il Florian a Venezia, possiamo ricordare quanto siano stati fondamentali proprio per la nascita di quella sfera pubblica di habermasiana memoria: ossia spazi inclusivi e democratici, in cui uomini e donne, formalmente liberi, potevano entrare gratuitamente, discutere, leggere, sottoporre ad altri le proprie opinioni e, dagli altri, apprendere le informazioni. Sono i luoghi in cui è germinata prima l’identità nazionale e poi quella europea, tanto che George Steiner arrivò a dichiarare che “l’Europa è i suoi Caffè”. Così come sono stati luoghi di avanguardie pittoriche e letterarie, e in questo caso l’Italia con i Caffè fiorentini (Gilli, Michelangiolo, Giubbe Rosse, Paszkowski) è l’esempio per antonomasia.

È dunque proprio necessario ritornare al più presto a prendere un caffè insieme?

Sì. E non è per nulla banale. La frase “prendere un caffè insieme” è foriera di una molteplicità di significati: incontri di lavoro, di amicizia, famigliari, politici, di associazionismo, di solidarietà, ma anche di primo approccio tra persone appena conosciutesi. Possiamo sociologicamente parlare anche della messa in pratica di forme di “socievolezza”, che ben si confà alla frequentazione di un Caffè. La socievolezza è un concetto coniato dal sociologo Georg Simmel a cavallo tra Ottocento e Novecento. Si tratta di una “forma ludica di sociazione”: ossia di costruzione di una piccola società, che si basa sui requisiti della discrezione, della gratuità e della messa da parte degli individualismi e dei privilegi di status. In un appuntamento di fronte a una tazzina di caffè, la socievolezza è quella forma di conversazione che si manifesta da subito: aiuta a rompere il ghiaccio, a formulare le prime frasi e domande affinché inizi una prima conoscenza, permette di sfiorarsi con gli occhi e le parole. La socievolezza agisce in società come l’onda del mare: permette agli interlocutori di lambire l’altro/a e poi ritirarsi, di spiare senza scoprirsi, di interpretare senza approfondire. Proprio perché si basa sulla discrezione, gli avventori del Caffè staranno molto attenti a non invadere la sfera privata dell’altro; allo stesso modo, poiché si configura come una pratica sociale gratuita, che deve dunque essere piacevole per i partecipanti all’incontro, implica la messa da parte di forme di individualismo personale, quali narcisismo, arroganza e strumentalità. E nel periodo che stiamo vivendo è assolutamente necessario mettere da parte tali forme di individualismo e praticare l’attenzione, la cura e la solidarietà nei confronti degli altri.

Siamo ancora in epidemia, ci sarà spazio per la socievolezza? 

Fare socievolezza significa vivere in società. E, nella situazione odierna, dopo due mesi di confinamento, significa ritornare a prendere coscienza che si è vivi. Si esiste. Si è riconosciuti dagli altri. Insomma, avere conferma che l’onda alta dell’epidemia è stata superata e la società continua a esistere. Che c’è ancora gente per strada e nei Caffè. Ce lo insegna la storia d’Italia: è esattamente quello che si verificò a Padova e Torino con i Moti, a Trieste con l’irredentismo, a Firenze e Napoli con l’antifascismo, solo per citarne alcuni. Dopo una guerra, una crisi sociale, la gente si ritrovava in piazza e nei Caffè. Per farsi coraggio, trasmettersi solidarietà, scambiarsi informazioni. Ripeto, sentirsi vivi. Esperienza oggi assolutamente fondamentale.

Altrimenti c’è il rischio dell’esplosione dell’iracondia, ossia la rabbia negativa, emozione individuale che se non viene incanalata – ossia sfogata, in termini freudiani – rischia di generare forme di violenza collettiva dalle quali bisogna assolutamente sfuggire. Ne va della tenuta della società. E oggi moltissime persone sono passate dalla paura e dalla tristezza delle settimane di “piena” epidemia, alla rabbia per non potere uscire, per la cig e la disoccupazione, per la continua lontananza dalle persone care.  

Ma cosa può la socievolezza da Caffè nella situazione critica che hai delineato?

Può molto, perché rappresenta sia uno sfogo sia un impegno sociale. Di fronte a una tazzina di caffè espresso tradizionale, ad esempio, la socievolezza può manifestarsi attraverso brevi dialoghi, in quanto forme discorsive gratuite, libere e che si instaurano per il solo piacere della conversazione, senza altri fini apparenti: dagli incontri fugaci al bancone, in cui ci si scambia un saluto accompagnato da brevi dialoghi – mantenendo la distanza! –, ai discorsi più lunghi e articolati che avvengono ai tavoli, dove si può discutere di vari argomenti. Chiaramente, ripeto, mantenendo la giusta distanza anche ai tavoli. Su questo punto, mi chiedo: perché mai dovrebbe riaprire il servizio al banco e non quello ai tavoli? Io sono certo che i gestori dei locali saranno ben pronti a fare in modo che il distanziamento sociale ai tavoli venga garantito. D’altronde, è lo spazio stesso del Caffè che genera attenzione nell’individuo. Attenzione ai comportamenti, alle regole, al linguaggio. Oltre a donare, soprattutto oggi, una sensazione di ritrovata serenità e di spinta alla conversazione. L’ingresso in un Caffè, infatti, genera interazioni che donano vita a quel piacere di conversare che si traduce in reciprocità comunicativa, la quale, come chiarisce la sociologa Gabriella Turnaturi, «può realizzarsi solo grazie a un’attenzione comune, alla conoscenza delle regole e ha bisogno di una regia, di una consapevolezza, di una determinata volontà di realizzazione».

Quindi Caffè, come spazi necessari alla riproduzione delle forme più semplici di espressione democratica?

Sì, i Caffè sono spazi di democrazia. Luoghi di uguaglianza. È la storia sociale d’Italia che ce lo insegna. Nei Caffè si conversa spesso fra pari, donandosi al piacere della conversazione, consumando una bevanda e sorridendo. Come sottolinea ancora Georg Simmel, ci si rapporta all’altro/a con quel «sentimento del tatto» necessario alla pratica socievole e costruendosi reciprocamente una forma di realtà libera, ludica e gratuita che mette tra parentesi ricchezza e posizione sociale, erudizione e fama, capacità eccezionali e meriti dell’individuo. Proprio perché l’epidemia ha travolto tutti, a prescindere dalle caratteristiche individuali. In termini sociologici, dunque, si tratta di un simulacro di socialità che viene preferito al rigore del coinvolgimento. 

E nei caffè saranno possibili forme di corteggiamento?

Restando all’esempio precedente, possiamo ad esempio ricordare che dalla socievolezza può nascere una forma di socialità più coinvolgente, come la sfera pubblica, e viceversa. Oppure può nascere un “flirt”, che avvicina i partecipanti dell’interazione. E quale migliore occasione del “prendere un caffè insieme” per lasciarsi andare all’arte del flirt? In termini sociologici, il flirtare si configura come un gioco che diventa forma generale d’interazione: di nuovo, una palestra per “fare” società, imparare a stare insieme e, perché no, sedurre l’altro. Penso in particolare ai giovani o alle persone single, che hanno trascorso oltre 60 giorni in solitudine. Vi è necessità di tornare a incontrarsi, percepirsi, odorarsi. E vi è il diritto di ritrovare l’amore. Come diceva Antigone, «non sono nata per l’odio, ma per l’amore». Siamo esseri umani e sociali. L’incontro con l’altro/a e l’amore per l’altro/a sono il nostro ossigeno esistenziale.

Puoi provare a riassumere, da un punto di vista sociologico e culturale, le funzioni che oggi svolgono i Caffè? 

Con piacere. Riprendo quanto ho detto a dicembre, alla Camera dei Deputati, nel corso della conferenza stampa di presentazione della candidatura del caffè espresso italiano tradizionale a patrimonio immateriale UNESCO, promossa dal Consorzio di tutela del caffè espresso italiano tradizionale. I Caffè svolgono una serie di funzioni sociali che possiamo riassumere in un breve elenco:

–  permette un incontro tra molteplici categorie di persone: colleghi, amici, famigliari, amanti, ecc. i quali, frequentando lo spazio del Caffè, hanno la possibilità di discutere, raccogliere informazioni, intessere relazioni, stringere accordi; in termini sociologici: fare società;

– crea interazione anche tra sconosciuti, facilitando la nascita di una socialità informale e spontanea: gli avventori hanno modo di impegnarsi in conversazioni spontanee sugli argomenti più vari;

– dà origine a conversazioni tra soggetti e dunque li “costringe” a fare pratica di comportamenti sociali: interazioni, registri linguistici, atteggiamenti corporali, gestione delle espressioni emotive;

– facilita la socializzazione secondaria per gli adolescenti (compresi, orientativamente, tra i 13 e i 18 anni) i quali iniziano a frequentare la società attraverso i suoi Caffè: si pensi agli Internet Caffè, che offrono la rete wifi gratuita, oppure alle librerie con Caffè, che affiancano la possibilità di leggere e acquistare libri e riviste, come lo storico Caffè San Marco a Trieste, oppure La Feltrinelli di Napoli in Piazza dei Martiri;

– genera uguaglianza tra i consumatori: l’ingresso e la permanenza nel locale sono liberi, o al massimo costano un paio di euro dell’espresso, favorendo così una presenza nel luogo pubblico di soggetti di ruoli, classi, ceti e provenienza anche molto differenti tra loro;

– è democratico, perché concede libertà di parola a tutti gli avventori, liberamente, senza restrizioni finanziarie, familiari, culturali, di status;

– è inclusivo, poiché accoglie un po’ tutti e, soprattutto, dona affettuoso spazio e tempo alle persone più fragili, come anziani o disoccupati, che necessitano di un posto nella vita sociale dove trascorrere dei momenti di vita, dove informarsi, dove far vedere che esistono;

– costituisce un linguaggio universalmente riconosciuto – “prendiamoci un caffè espresso” – che permette un incontro tra persone di etnie, religioni, opinioni politiche-culturali differenti (si pensi, come esempio tra i tanti, alle interazioni tra studenti provenienti da paesi differenti che prendono forma nelle caffetterie universitarie).

– permette la messa in atto di forme di generosità – simbolica e sostanziale – rispetto al prossimo: si pensi alla pratica diffusa nei luoghi pubblici, di origine napoletana, del “caffè sospeso” (si paga un espresso per il prossimo cliente). 

– consente di allenare le capacità dei soggetti che lavorano in ambiti professionali inerenti alla degustazione (AICAF-Sommelier dell’Espresso; Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè; ecc.);

– accomuna gli Italiani all’estero, i quali spesso si riconoscono per la qualità della bevanda e si riuniscono in luoghi selezionati in base all’autenticità della materia prima e del processo di preparazione.

Massimo Cerulo, Professore di sociologia all’Università degli studi di Perugia e al CERLIS-Paris Descartes de La Sorbonne, sta lavorando al suo ultimo libro, Andare per Caffè storici, che sarà pubblicato per il Mulino all’interno della collana “cult” Ritrovare l’Italia: https://www.mulino.it/collana/ritrovarelitalia

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