Il racconto della crisi

Dedicato a tutti i licenziati del 2019, ai manager e ai sindacalisti.

Tra il 2014 e il 2015 i governi italiani portano a compimento una riforma del mercato del lavoro, passata alla storia come Jobs Act, introducendo un contratto a tutele crescenti e incentivi fiscali alle imprese che assumono. Da Jobs Act a The Italian Job Act, evocando la famosa pellicola “Un colpo all’italiana” di Peter Collinson con Michael Caine. Nella pellicola del 1969, una banda di ladri inglesi organizza a Torino l’assalto al convoglio dei ricavi della FIAT. Sabotando i semafori cittadini, la banda paralizza il traffico, compie il furto, semina la polizia e fugge a bordo di tre Mini Cooper.

N.B. Ogni riferimento a cose, avvenimenti e persone è puramente casuale, i nomi sono di fantasia e la storia è frutto di totale invenzione dello scrittore.

The Italian Job Act

Una crisi rovente

Questa volta sono dall’altra parte della barricata, indosso una divisa scura, in ossequio all’ordine aziendale e alla disciplina del capitale. Un giugno caldissimo, asfissiante, come la riunione appena sospesa, rovente, carica di insulti e minacce. Ho i polsini della camicia umidi e meno rigidi del solito, colpa del sudore grondante. Persino il cinturino in coccodrillo del mio cronografo suda, emanando un lezzo di carne in putrefazione, sarà la calura che va riesumando la salma dell’alligatore. Sono trascorse quattro ore di riunione, con due delle tre sigle sindacali invitate al tavolo. La terza è assente, per giustificati motivi personali del suo rappresentante, eppure era stata la prima a mobilitarsi per contrastare il ridimensionamento aziendale.

Razionalizzazione così l’avevamo chiamata, conferendo a un evento tragico, come il licenziamento di migliaia di persone, il lume della ragione e l’inesorabilità di un destino che si muove ben oltre le intenzioni di tutti. Eppure il sindacalista assente, al culmine della trattativa, non aveva avuto la possibilità di inviare neanche un sostituto. Sarà stato un assenteista anche quando l’azienda andava a gonfie vele. Ma poi i sindacalisti hanno mai lavorato? Davvero strano! Caldo! Caldo! Caldo!

Oddio le mie dita potrebbero esplodere da un momento all’altro! Il caldo ha reso la mia fede più stretta del solito, costringente, tamponante, occludente. In oro bianco, la indosso al dito dal fatidico giorno ma adesso vorrei sfilarmela, facendola scivolare nell’unto della sudorazione. Una goccia di sudore percorre veloce la mia mano sinistra e mentre scivola sul mio anulare, vedo la sua testa cristallina filtrare la luce accecante che proviene dalla veranda in fondo. La sua corsa si interrompe per un’istante, poi accelera sulla mia unghia levigata, fino a schiantarsi in terra, impastandosi con la coltre di polvere, sedimentatasi negli interstizi nell’antico pavimento.

«Lei ha figli?» mi chiede il sindacalista, lo guardo dritto negli occhi e gli rispondo «cosa c’entra?» Lui ribatte «lei ha figli?» e senza lasciare spazio alla mia risposta incalza «ah certo lei è un ragazzino, altrimenti non si spiegherebbe» gli rispondo «non si spiegherebbe cosa? mi scusi» e lui «non si spiegherebbe tanta abnegazione nel portare avanti le ragioni della proprietà», infastidito rispondo «non la capisco! comunque ho due figli». Fino a quel momento aveva preferito esprimersi in dialetto, adesso quasi per dimostrarmi il suo rango, mi parla utilizzando paroloni e in un perfetto italiano, appena sporcato da una cadenza dell’entroterra. Penso ai richiami che mi sta per fare, alla mio essere padre di famiglia immorale, incurante per i dipendenti in uscita e per le loro famiglie. «Lì fuori, qualcuno potrebbe arrabbiarsi» e invece mi accorgo che il suo non è affatto un appello ma una minaccia, sprezzante e prepotente. Mi alzo infastidito, in sovraccarico di pensieri, esclamando: «ho bisogno di una pausa, vado a fumare una sigaretta in veranda».

Pausa sigaretta

Fatico a cercare accendino e sigarette, cerco nella mia borsa piena di cianfrusaglie e proprio come in quella di una donna, ogni volta che vi infilo le mani sento di toccare il fondo, quasi dimenticando la vera ragione della mia ricerca. Non sono un fumatore accanito, mi definirei più un fumatore della domenica, ostinato a non voler smettere del tutto ma che continua, conscio dei rischi, crogiolandosi nella possibilità di concedersi una moderata trasgressione. Eppure, ogni volta che mi accendo una sigaretta mi chiedo se sia davvero possibile rischiare con moderazione. Non ne sono tanto sicuro ma alzarmi per andare a fumare la sigaretta, mi pare la cosa più sicura da fare, quantomeno per sottrarmi da quel gioco di minacce tutt’altro che sottile. 

I due sindacalisti ne approfittano anche loro, con l’unica differenza che la loro pausa consiste nel non fumare, diversamente da quello che avevano fatto durante tutta la riunione, si mettono al cellulare e con tono alto, come se qualcuno fosse interessato a cosa avrebbero mai potuto dire, pronunciano sovente la frase «mo non posso parlare» talvolta intervallata da un’altra espressione ricorrente «hai capito?». Mi chiedo il senso di una conversazione dove la parte che chiama non può parlare, ostinandosi a richiedere al destinatario una comprensione tipica di un complice, in attesa di commettere chissà quale tremendo misfatto. Poi d’improvviso, quasi come un colpo di scena, sento «vabbè allora usciamo e poi in caso rientriamo». Registro nella mia mente le telefonate ma senza analizzare il contenuto del nastro, mi porto fuori per la mia meritata pausa. La combustione del tabacco genera un dolce suono di sbriciolio, simile allo stropicciare della carta che avvolge il pane. Il calore della sigaretta si confonde con l’afa tutto intorno e io comincio di nuovo a grondare.

Euforia e panico

Torno dentro, sono in compagnia del Direttore generale e di un paio di altri dirigenti. Penso ad alta voce: «non sarebbe dovuta finire così, lo strumento era stato concepito per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato ma di fatto si è trasformato in un contratto quasi triennale, da cui svincolarsi, poco prima di perdere il beneficio fiscale, sperando di non dare nell’occhio…». Il Dg mi guarda basito ed esclama: «De Rita, sempre a ragionare sui massimi sistemi, vediamo di uscirne presto che nel pomeriggio ho un volo per Parigi e preferirei non dare buca alla delegazione cinese. Quelli del marketing ci hanno lavorato tanto, vuoi vedere che perdiamo capre e cavoli?» 

Penso al mio lavoro, alle ansie che lo contraddistinguono, all’euforia che accompagna le assunzioni e al panico dei licenziamenti. Nei periodi di incentivi e sgravi, quando l’azienda assume, c’è effervescenza nelle risorse umane: l’analisi dei bisogni organizzativi, la stesura dei profili, la domanda di competenze, i colloqui, l’analisi delle soft e delle hard skill, la scelta dei candidati vincenti. Grazie a quella svolta ne avevamo assunti 3mila di nuove risorse, divisi in quattro stabilimenti, operai in maggioranza. La grande industria sembrava sintonizzata con le scelte governative centrali, mentre il Paese si crogiolava nell’illusione di essere diventato all’improvviso moderno e competitivo, proprio come andavamo dicendo in tutto il mondo. 

Continue riunioni tra manager, meeting entusiastici, ricche di prestiti linguistici come agreement, assess,  brief, call, coaching, core, device, empowerment, feedback, goal, input, outcome, performance, pitch, prospect, recap, report, skill, smart, tips, tool. Tutte parole che nella crisi tendevano d’improvviso ad italianizzarsi generando mostri come efficientamento, esternalizzazione, fuori budget, skillarsi, con la variante troppo skillato, etichetta che non lasciava molto futuro a chi era assegnata. Nel passaggio dall’euforia al panico, dal boom alla crisi, le aziende, da company diventano bad company, in vita al fianco di nuove società, meglio dette good company. Mentre le prime assorbono tutte le sofferenze della crisi, debiti, licenziamenti, buchi di bilancio, le seconde sono l’abito nuovo per far ripartire l’economia, per rastrellare nuovi prestiti e linee di credito. 

Gerarchie aziendali

Avevo preso l’abitudine di segnare sul mio taccuino le parole chiave in ogni riunione, virgolettando le frasi pronunciate dalle parti in gioco, riconoscendo al mio interlocutore la legittimità delle sue affermazioni in premessa, prima di smontarle quando richiesto, pezzo dopo pezzo. Riguardo i miei appunti ma intanto il silenzio si è fatto surreale. La delegazione sindacale è sparita e noi manager confinati ad un confronto senza controparte, cominciamo ad innervosirci e anche tra di noi si accendono tensioni e incomprensioni. Il Dg riprende: «ok chiamo quelli del Marketing e avviso che farò tardi, riuscirò a raggiungere i cinesi non prima di questa sera ma la riunione slitta necessariamente a domattina». Vorrei dirgli che è tutto sotto controllo, che può andare tranquillamente e che posso occuparmene io ma il solo pensiero riapre le ghiandole sudoripare che riprendono a grondare acqua, colesterolo, acido lattico ma soprattutto nicotina. Indugio e comincio a camminare nervosamente per la stanza, fino ad attirare l’attenzione del Dg che esclama: «De Rita, c’è qualcosa che la preoccupa?» «non direi Marco» e nonostante lui mi dia del lei, rispondo dandogli del tu, come mi aveva chiesto fin dal primo giorno, lasciandomi coltivare l’illusione che ci fosse tra noi una complicità tale, da oltrepassare gerarchie e ruoli dell’organigramma. 

Lui chiama per nome quando chiede e per cognome quando pretende, come se davvero avesse il diritto di riprendermi manco fossimo a scuola. E certamente se lo fossimo davvero, lui sarebbe il cattivo maestro più che il maestro cattivo. Il cognome ripristina la giusta distanza che conviene in una relazione gerarchica, un po‘ come succede nelle scene dei film, dove ci sono i carabinieri quando si indicano attraverso i cognomi o attraverso il grado sulla divisa. In azienda qualche volta mi chiamano direttore, e non perché non si ricordino il mio nome ma come segno di riverenza, specie quando mi vengono a chiedere permessi o a sottopormi situazioni speciali, in deroga ai regolamenti e alle procedure aziendali. Il clima friendly in azienda mi era sempre parso incommensurabile, rispetto alla sua finalità ultima, vale a dire quella di creare un clima di fiducia, utile ad innalzare la nostra e la mia produttività, non certo quella del Dg, troppo preso dai suoi viaggi globali per pensare a produrre. Ma i manager dei manager hanno a loro volta carichi di stress che noi umani difficilmente riusciremmo a sopportare, preoccupazioni e responsabilità ulteriori che giustificano ampiamente i loro esosi stipendi, e quando la nave perde la rotta sono i primi ad avere il ben servito.

Degna conclusione

Affacciato al balcone, assorto nei miei pensieri produttivi, con lo sguardo puntato sul panorama fuori, non faccio in tempo a capire che voci sono quelle che si odono dalla parte opposta dell’immobile. Sono numerose, insistenti, sebbene sembrino lontane. Grondo, la goccia di sudore questa volta si condensa appena sotto il naso, la sento grande, come se fosse riuscita a raccogliere il liquido dei pori che dal cuoio capelluto si spinge sulla fronte, cavalcando il mio grande naso, fino a farsi stalattite. Poi finalmente si stacca e il suo peso ingombrante sbatte sul filtro della sigaretta, inzuppandola e portandola via, lontano dalla mia bocca, sul fondo della strada, come fosse un sasso filiforme. Con un riflesso lento della mano provo ad acciuffare la cicca che mi passa veloce tra le dita. Neanche il tempo di avvistarne il punto di caduta che sento dietro di me mille braccia e cento persone, spintoni e manate che provano a spingermi di sotto, mentre io ho la sensazione che il balcone stia per crollare. E invece no! Non cade e anzi li regge tutti. Mi prendono come per lanciarmi giù dalla ringhiera, per farmi provare il senso più profondo della sconfitta. Urlo tra le urla ma loro mi tengono per le gambe mentre io penzolo giù dal balcone. Ecco che mi tirano sù, lasciandomi la sensazione di essere ancora vivo ma una parte di me è crollata giù per sempre. Ma che succede, il mio corpo sale sulle loro mani, come il capitano di una squadra di calcio lanciato in cielo tra gli urrà della vittoria. So che una volta in aria, non ci sarà nessuno a riprendermi e che la sconfitta sarà l’ultimo dei miei problemi. Non ci sono paracaduti da sganciare, così aspetto il colpo che non tarda ad arrivare puntuale e violento. In volo mi pare di vedere il Dg accoppato, non sono certo sia lui. Forse è qualcuno del suo staff, i generali sono sempre al sicuro, mentre i colonnelli comandano e periscono in battaglia al fianco dei loro subalterni. Siamo tutti soldati al servizio di un’unica nazione ma le guerre che combattiamo in suo nome non sono sempre giuste.  

Dedicato alle vittime innocenti delle crisi, ai migliaia di lavoratori che in questo 2019 hanno perso il posto di lavoro. 

Una risposta a "Il racconto della crisi"

  1. Racconto duro e lacerante. La disperazione al potere. Ricordo qualcosa di simile in Francia, non so in Italia. Il conflitto senza mediazioni.La disperazione senza filtri, La gioia e la fantasia dei cortei sessantottini un lontano ricordo. Si apre un mondo di solitudine, rancore e rabbia. Non era questo il mondo che sognava o.

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